Sono nato alle 13.30 - o meglio, all'una e mezzo - di un caldo mercoledì d'estate. Dev'essere stato quello: il sole a picco sul cucuzzolo della collina, nell'ora più torrida della giornata. La prima cosa che mi ha colpito deve essere stato un raggio di sole, ma non di quelli buoni e profetici, bensì un dardo lucente che mi ha immediatamente surriscaldato il lobo frontale, sovraeccitando delle sinapsi che da allora non si sono mai placate e che hanno rubato spazio ed energie alle vicine più terra-terra. Fortuna mia che la clinica in cui sono venuto alla luce - e mai espressione fu più azzeccata - si chiamasse Quisisana: hanno cominciato subito a sanarmi, infatti, visto che evidentemente la cosa era urgente.

Era il 5 di luglio del 1972, a Montecatini Alto, e la mamma dice che andò tutto bene. Quando avvisarono il babbo che il lieto evento (meno temuto perché 6 anni prima avevano già fatto le prove in costume con mio fratello) si era compiuto, lui era al bar. A lavorare, ignoranti, dietro il banco, non a ubriacarsi! (Il bar era del nonno.) Venne su senza fretta, credo che al tempo avesse una 112 (A-112, per chi vuole i puntini sulle i) verde: salire verso il Bivio a tutta randa, quindi, era impossibile a priori (si narra a tal proposito che però un priore, tale Don Fangio, una volta la fece tutta in 1'58" netti, per cui non si capisce il senso del detto). E quando arrivò io c'ero, già bello abbronzato, che cercavo di pronunciare correttamente le parole "Hypnerotomachia Poliphili" (ci riuscirò circa vent'anni dopo).

Mi chiamo Simone perché la mamma desiderava una femmina e le piaceva il nome Simona; le ho dato subito una delusione. D'altra parte, credo che la soluzione di maschilizzare il nome le sia apparsa la più semplice, visto che lei l'hanno voluta chiamare Mary, ma scritto Meri, e quindi le hanno complicato la vita da subito (tanto per gradire, ci hanno appiccicato dietro anche un Mara Maria come secondo e terzo nome, col risultato che per firmare un assegno lei deve scrivere Meri Mara Maria Parlanti Lucarelli e chi incassa pensa sia discendente di nobili brittannici analfabeti che hanno perso il patrimonio di famiglia). Mio babbo, Mauro, invece era più scaltro, e si accontentava di farsi chiamare Maurino da chi l'aveva visto crescere in viale Bicchierai. Non so quando venne Daniele, mio fratello, a trovarmi la prima volta, ma sicuramente già non gli stavo simpatico, visto che lui era nato il 31 dicembre (sfiga delle sfighe) e quindi astralmente e climaticamente eravamo agli antipodi.

Dunque nacqui, e quindi vissi. Ho fatto l'asilo alle Madonnine del Grappa senza bere un goccio (ero già virtuoso da piccino), quindi le Elementari alle Pascoli, sotto la temutissima Signora Pedri, a cui davamo del Lei, e della quale ricordo solo due vestiti in tutti e 5 gli anni. Poi sono andato alle Medie alle Giusti, che erano alla fine di viale Marconi, e quindi al Liceo Scientifico Coluccio Salutati, per la semplice ragione che si trovava all'altra estremità di viale Marconi. Superfluo precisare che, in mezzo a viale Marconi, c'è la mia casa. Tutto questo in un arco di vita regolare, di circa vent'anni. Nel mezzo sono capitate diverse cose e per chi si volesse proprio male, rimando ai link qui accanto per ulteriori dettagli.

Sottolineo solo una cosa, perché è fondamentale nella mia storia. Eravamo quattro famiglie, con figli al seguito, che passavamo le serate e le vacanze insieme: ci divertivamo molto. Un giorno, per i casi del destino, entrò nel gruppo una persona nuova, che sarà anche lui famiglia: gli debbo la riconoscenza, la gratitudine e l'affetto - ora che non c'è più - per avermi portato, a 15 anni e mezzo, nel mondo che ancora adesso ho la fortuna di vivere, quello del mio lavoro. Ho studiato e lavorato insieme, sempre con molto impegno per quanto riguarda la seconda attività, sbrigativamente per la prima perché avevo già compiuto la mia scelta. Ho imparato molto e il bello è che quello che rimane è molto di più.

martedì 14 febbraio 2012

Se non ci si diverte, non ci si può commuovere. Le persone del pubblico alla fine si commuovono. Non perché sia Dante a commuovere, ma perché si va a toccare, dentro di noi, una parte della quale nessuno si preoccupa mai, dove ogni passo rimbomba. L'anima ha bisogno di essere nutrita come il corpo. Quando mangi scegli le cose migliori, no? E invece alla nostra anima viene data tutta spazzatura, continuamente. (Roberto Benigni)



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