Provo sempre un grande imbarazzo quando qualcuno mi chiede che lavoro fai?: non so mai cosa rispondere. Perché il mio lavoro non è facilmente riassumibile in un'unica parola. O, per meglio dire, lo sarebbe ma ne ho sempre provato vergogna.
Faccio il giornalista. Non è questo che mi fa vergognare - ci mancherebbe! - ma quello che gli altri intendono a mettermi in difficoltà. Sì, perché l'immagine che ancora si ha del giornalista è quella di Indro Montanelli seduto sulla borsa, addossato ad un muro, con la macchina da scrivere poggiata sulle ginocchia, intento a battere il pezzo della giornata. Ecco, oggi fare il giornalista vuol dire tutta un'altra cosa: benché taluni non si rassegnino all'idea, la figura romantica del giornalista alla Montanelli non esiste più. E per di più, chi vorrebbe emularne lo spirito è di caratura intellettiva e professionale assai modesta; meglio lasciar perdere in partenza, giacché il confronto sarebbe - questo davvero - imbarazzante.
Cosa è cambiato, dunque? Semplicemente, tutto. Il giornalista, oggi, non scrive un pezzo: lo programma. La rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo (non dimentichiamolo, noi stiamo ai computer come gli uomini primitivi stavano alla scoperta del fuoco) va trasformando con una velocità fino a pochi anni fa inimmaginabile ogni campo dell'agire umano, primariamente quello della comunicazione. Ovvio, perciò, che una delle prime professioni a risentirne sia quella del giornalista.
Un giornalista, da sempre, deve essere padrone degli strumenti necessari al suo lavoro; quegli strumenti, oggi, sono cambiati. La macchina da scrivere, tanto per cominciare, è esposta nelle redazioni dei quotidiani come un cimelio d'epoca. Si scrive con un editor di testo. La differenza sta nel fatto che un editor è strumento intelligente rispetto ad una macchina da scrivere, che al massimo ti permetteva il ricorso al bianchetto (con bestemmie al seguito).
Il copia/incolla - vero pane quotidiano per i redattori di piccolo cabotaggio - ci apre i mondi dell'ipertesto, fatto di relazioni fra i contenuti senza pagine e fascicoli da sfogliare; il trova/cambia ci permette variazioni dinamiche intelligenti, una volta apprese le regole delle regular expression. Il passo dall'editor al word processor e da questo al desktop publishing è un percorso naturale. Già a questo punto, scrivere il pezzo è un gradino più in basso, per un giornalista moderno. Organizzare i contenuti per trasmettere il messaggio richiede, per il giornalista, conoscenza dei software di DTP e di quelli di grafica vettoriale e bitmap. In altre parole, saper usare ad un buon livello gli strumenti di Photoshop, InDesign, XPress o Illustrator è tanto importante quanto conoscere le regole della grammatica italiana.
L'immagine di Montanelli, come si vede, è parecchio lontana. Un giornalista oggi non può ricordare: deve organizzare. Perciò, è necessario che sia in grado di gestire e programmare RDBMS, Relational Data-Base Management Systems, comunemente detti banche-dati. Ma programmare significa conoscere i linguaggi dell'informatica: la sintassi dell'SQL, Structure Query Language, dell'HTML, Hyper-Text Markup Language, del PHP, acronimo recursivo per PHP: HyperText Processor, di JavaScript, del Perl e di ogni altro linguaggio di scripting.
Si potrebbe anzi dire che il concetto dello scrivere, per il giornalista di oggi, si è evoluto in quello di scripting: organizzare ed elaborare le informazioni, a livello logico, relazionale, tecnico e formale, prima di fornirle al lettore.
Ecco, io di lavoro faccio questo. Vogliamo dire il giornalista? Diciamolo, ma non rammentatemi Montanelli ché arrossisco.












